Lia – I


© 2017, Skorpio

Idroscalo di Milano
Martedì 16 agosto, ore 9.30 AM

Il fresco svanì insieme alle nubi, dopo due settimane. Il cielo di Milano era di nuovo sgombro e pronto per essere trafitto dai bagliori del sole. Il lago artificiale dell’idroscalo si nutrì dei nuovi raggi di luce e l’acqua tornò a scaldarsi.

I cittadini appena svegli presero a caricare le proprie automobili con cianfrusaglie da spiaggia e s’incolonnarono sulla tangenziale Est, in direzione Linate. In breve, l’accesso ai parcheggi dell’idroscalo era saturato da un’unica fila d’auto, cariche di famiglie pronte a monopolizzare il fazzoletto di prato migliore. In poche ore, la stazione balneare era rinata.

Fra palloni e teli da mare, il lido era gremito di donne distese come panni al sole e di bambini chiassosi. Giovani e adulti costellavano il lago sguazzando nell’acqua, mentre le canoe e i pedalò sfrecciavano sullo specchio dell’idroscalo. I bagnini si piazzarono come sentinelle presso le torri di guardia, inquisendo la stazione balneare con i binocoli.

Per lui fu un bene che la caotica massa umana brulicasse come un formicaio, di modo che l’attenzione degli assistenti di salvataggio si focalizzasse solo sui bagnanti.

Un profondo respiro e s’inabissò. Una volta immerso, prese a tallonare un’imbarcazione che procedeva lenta verso riva…

Potrei spappolare la testa della bambina dai capelli biondi… no, rispetta il piano! Lasciare in vita i ragazzini sulla barca. È ridicolo come si sentano sicuri solo perché sono circondati da persone; le persone sono i peggiori nemici! Se solo la bambina si tuffasse… non pensare a lei!

Ecco, più veloce, qualche metro più sotto. Ora risalgo; sfioro la superficie del lago. Li vedo: che stupidi sono. Cento metri dalla riva. Stringo il calcio dell’arma; la balestra sporge appena. Mirare. Allineare occhio, dardo e carne da macello. Scoccare! Immersione.

Stanno urlando: ho fatto centro.

Mi allontano e nuoto verso sinistra. Ultimo giro. Ricarico. Scoccare!

Gridano più di prima. Missione compiuta e titoli di coda.”

La punta dell’arma sbucò dall’acqua e si allineò con la mandria. Lui s’immerse, poco prima che un grido squarciasse l’aria. Il dardo s’incuneò nel petto di una ragazza che danzava presso la riva.

«Chiamate il 118!» strillò un uomo a pochi metri da lei.

Prima che questi potesse raggiungerla però, lei rovinò sull’erba mentre il sangue le stillava dal torace. Un gruppo di persone si raccolse attorno al corpo. L’esecuzione non era ancora terminata. L’estremità di un’altra freccia spuntò dalla superficie del lago: anche l’uomo del carretto dei gelati crollò.

Lui si allontanò sottacqua, verso la sponda est dell’idroscalo. I messaggi di morte erano stati recapitati.

* * *

L’ispettore Sara Abis sbucò dall’auto di pattuglia, parcheggiata presso il limite del prato. Si stiracchiò, mosse qualche passo verso il lido e poi fece dietro frónt. Allungò un braccio all’interno dell’automobile e dal cruscotto afferrò un paio di occhiali da sole. Indossò le lenti, cavò dalla tasca un elastico per i suoi capelli rossi e li raccolse in una coda di cavallo.

Era una donna sulla quarantina, esile e alta. Il volto spigoloso accusava la mancanza di cosmetici, ma ciò non le era mai importato. In verità, in lei non spiccava nessun particolare estetico; poteva essere lecitamente definita una donna dalla bellezza senza infamia e senza lode. Questo per lei significava integrità professionale, temprata senza subdole lettere di raccomandazione.

Sara Abis si fece largo tra gli altri poliziotti indaffarati. Sollevò il nastro bianco e rosso che delimitava l’area del crimine, chinandosi per oltrepassarlo. Si compiacque per la presenza dei suoi colleghi pronti a tenere alla larga i curiosi; detestava dover essere lei a occuparsi di ciò.

«Ispettore Abis» disse una ragazza di colore, facendo un cenno col capo.

L’ispettore le sorrise. Amy Neumann, la nera ora che si trovava sulla scena del crimine, era un sottufficiale venticinquenne di belle speranze.

«Buon Ferragosto, Amy.» Il timbro di Sara Abis era sarcastico.

«Per favore…» iniziò Amy, «ho piantato in asso la famiglia sulla spiaggia di Sestri Levante. Due cambi di treno, tre ore di viaggio e dal condizionatore del Frecciabianca usciva aria calda.»

Sara rispettava la giovane sottufficiale. Amy Neumann era figlia di senegalesi immigrati, cittadini italiani da ormai venti anni e ristoratori di un’affermata trattoria etnica in Buenos Aires. Si era specializzata alla scuola di polizia giudiziaria di Brescia e aveva poi vinto un bando di concorso per vice ispettori. Era un’agente in grado di spegnere l’interruttore delle emozioni, al cospetto di situazioni drammatiche. Inoltre, era pertinente nel fornire risposte, qualità che le aveva permesso di essere affiancata all’ispettore Sara Abis.

«Qual è il menù?» le domandò Sara.

«Due cadaveri. Maschio e femmina. Possibile arma del delitto: un arco. Causa del decesso: frecce ficcate nel petto.»

Sara si mosse verso il corpo più vicino e s’inginocchiò, sollevando il sudario; la salma dal torace squarciato era di una ragazza che non raggiungeva i vent’anni.

«Dov’è la freccia?» chiese Sara.

Amy mostrò alla superiore un’ampia busta ziploc trasparente, in cui era conservato un dardo nero.

«A che ora è stata presa la chiamata?» domandò Sara, afferrando la busta di PVC.

«Alle dieci di questa mattina. Un bagnante ha chiamato l’ambulanza. Nel giro di qualche minuto, qualcuno ha fatto una seconda chiamata. Quando è arrivata la squadra mobile, il lido era nel caos. Gli agenti hanno impiegato parecchio tempo per calmare la situazione e per cominciare a interrogare.»

«Da dove arriva il colpo?»

«La mobile pensa che le frecce siano state scagliate da ovest, forse attraverso la rete che separa il prato dalla provinciale.»

L’ispettore Abis si levò in piedi.

Amy riprese: «Nessuno ha notato qualcosa. Stiamo aspettando l’autorizzazione dal commissariato per requisire le registrazioni delle videocamere.»

«Fammi capire… nessuno si è accorto di un pazzo armato di arco che faceva tiro al bersaglio?» intervenne Sara, seccata.

«Non è tutto: le frecce recuperate non si comprano da Decathlon.»

«Cioè?»

Amy estrasse da una tasca un frammento di carta, colmo di appunti: «Dardo Black Eagle ACC 340 per balestra, in carbonio e ottone, punta d’alluminio dotata di lame d’acciaio a scatto.»

«Pezzi da quaranta euro l’uno!» Una voce maschile e autoritaria s’intromise. «Precisione massima, impennaggio nullo… voi donne non sapete distinguere questo capolavoro bellico da una forchetta.»

Il sottufficiale Amy levò lo sguardo: c’era un uomo piuttosto basso, sui cinquant’anni, dal viso scavato, con occhi azzurri e infossati, capelli grigi e barba ispida; osservava bieco le due agenti.

L’ispettore Abis sapeva bene che ogni dipartimento era munito del suo stronzo di turno e l’ispettore capo Igor Macchi ne era la prova. In linea teorica, la mancanza di professionalità reiterata e volontaria è causa di licenziamento; se si aggiungono anche le accuse di corruzione e concussione, la strada sarebbe tutta in discesa. Purtroppo, per assurdi buchi normativi e per eminenti influenze, lo stronzo di prassi non poteva essere rimosso dal suo incarico.

Come sempre, Sara si trattenne dall’oltraggiare l’ufficiale superiore. Ciò non significava permettergli di dire o fare qualsiasi cosa, ma fino a che l’uomo non oltrepassava la linea di confine fra aggressione verbale e maleducazione, lei si limitava a tollerarlo.

Macchi scrollò il capo: «Immagino non vi siate preoccupate di scoprire se la vittima era seduta o in piedi.»

«Stava ballando» rispose scocciata Amy.

«Quindi la posizione della salma non è indicativa per stabilire la provenienza del tiro» concluse l’ispettore capo.

«Ma che bravo» sussurrò l’ufficiale Abis. «Amy, manda le frecce alla scientifica.»

«Subito… Sara, dai un’occhiata anche all’altro cadavere» rimarcò il sottufficiale Amy, indicando un carretto dei gelati a pochi metri di distanza.

Sara annuì: «Amy, le vittime si conoscevano?»

«No.»

«Forse il killer era un cliente insoddisfatto» si frappose l’uomo.

«Insoddisfatto di un gelato?» Sara sbuffò, avvicinandosi alla seconda vittima.

La salma era quella di un uomo sulla sessantina, calvo, abbronzato, in sovrappesso, con la pelle floscia e solcata da rughe. Un foro delle dimensioni di una pallina da golf, ornato da sangue inaridito, era incavato nelle sue carni, sotto lo sterno.

L’ispettore Abis osservò il carretto dei gelati e poi si volse verso la strada provinciale: «Le vittime sembrano persone ordinarie. Perché ha preso di mira gente a caso?»

«Forse è uno squilibrato» intervenne Igor Macchi.

«Chiunque uccida è uno squilibrato» concluse Sara. «Amy, fai portare via tutto. È necessario mandare alla scientifica ciò che abbiamo. Ogni filo d’erba dev’essere passato al setaccio.»

Ignorarono il loro superiore e lo abbandonarono fra i due cadaveri.

Il sottufficiale Amy stava già comunicando con la squadra tramite walkie-talkie.

Tutto ciò che si poteva fare ora era attendere i risultati della scientifica e, per quanto possibile, non litigare con l’ispettore capo.

* * *