Lia – II


© 2017, Skorpio

Quartiere di Milano 3, comune di Basilio
Lunedì 22 agosto, ore 2.00 AM

Lui trascorreva le serate d’agosto sniffando cocaina e oziando sul proprio letto matrimoniale. La seta delle lenzuola era una fibra inopportuna e non gli conciliava il torpore del sonno. La seccatura di un’insonnia a cinquant’anni è che quando Morfeo ti manda a quel paese non ti concede più il bis.

Scostò il lenzuolo, distese le gambe e si levò in piedi. Batté due volte le mani per attivare i sensori di suono collegati al relè d’illuminazione. Attraversò la camera, vestendo solo un paio di boxer neri. Le pareti erano adorne d’opere d’arte che valevano una fortuna. Mentre vagabondava per la villa desolata, il suo stomaco lamentava la fame.

Il cammino verso la cucina fu spezzato dalla visione di un pianoforte a coda: uno Steinwey d’inestimabile valore. Sulla tavola di chiusura dello strumento, erano poggiate diverse fotografie incorniciate. Una fra queste era riversa. Lui si avvicinò e la sollevò, posandola dritta fra le altre.

Sorrise, osservando la neonata ritratta. Ricordò la prima volta che accolse fra le mani quella gracile esistenza da due chili. Il ricordo dello sguardo impaurito della bimba gli aveva sempre donato l’audacia di reagire all’oscurità della vita. Anni dopo, quello sguardo si fece giudice delle circostanze in cui l’uomo fu coinvolto. Durante gli anni seguenti, lui aveva ricercato a lungo quegli occhi fiduciosi, eppure non li aveva mai più colti; le sue vittime spiravano sempre con sguardi zeppi di sgomento.

La bambina fu il presupposto dello sforzo che lui sostenne per redimersi. Purtroppo, la vita dell’uomo era scivolata lungo binari raccapriccianti. Nonostante tutto, lui aveva compreso che ciò che pianta radici nel cuore è l’affetto per il tuo stesso sangue, indipendentemente da quanto la tua anima sia marcia.

Poi lei era cresciuta e, come tutti, lo aveva giudicato. Senza di lei, ora la villa era vuota; era solo una struttura architettonica senza valore. I suoi soldi potevano comprare tutto ciò che era in vendita ma ciò che per lui contava, non era più in vetrina.

I capi d’imputazione non pendevano più. I vertici avevano fatto sparire così tante prove che tutto il sangue schizzato dalle gole degli innocenti era gocciolato via.

Il giorno in cui qualche bocca dirigente si fosse svegliata con la fame di ricatto, la testa dell’uomo sarebbe rotolata.

Sospirò, dirigendosi verso il muro tappezzato con carta da parati color noce e oro. Osservò una fotografia appesa: qui la bimba era divenuta ragazza e indossava un vestito scuro. In un primo momento, lui non diede peso a quel riflesso sul vetro della stampa… poi lo vide balenare di nuovo; si trattava di un lampo chiaro sull’immagine, sopra il vestito scuro della ragazza. Si volse di scatto, verso la porta d’entrata del salone, ma scorse solo una striscia di buio. Tornò a osservare la fotografia incorniciata e, per la terza volta, distinse il riverbero. Pareva che qualcuno si divertisse ad accendere e spegnere una torcia.

Non si preoccupò di controllare la provenienza della fonte di luce. Si volse calmo verso sinistra, in direzione di un varco presso un angolo della sala. Avanzò e l’oltrepassò; poi distese un braccio e tastò la parete interna del locale. Avvertì una sagoma di plastica circolare e premette. Un pannello di legno calò alle sue spalle, sbarrando l’accesso. Due lampade al neon presero a brillare, diffondendo una luce rossa. La stanza era angusta. Lungo la parete più breve era addossato un piano di fòrmica.

Affissi allo stesso muro, si trovavano tre monitor LCD. Afferrò il telecomando poggiato sul tavolo e lo puntò verso l’alto: gli schermi s’illuminarono, mostrando l’interno della casa.

Sussultò alla vista di sette figure incappucciate; indossavano luci frontali a LED e imbracciavano mitragliatrici d’assalto Heckler & Koch MP5. Calzavano uniformi tattiche, con rinforzi sulle ginocchia e sui gomiti. Ricamato sulle loro spalle sinistre, spiccava Il caratteristico stemma dell’aquila dei NOCS, il Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza della polizia. Avanzavano lenti, comunicando con gesti manuali.

Le videocamere a infrarossi inquadravano ciascuna un’ala della villa. Gli invasori occupavano il settore centrale dell’abitazione, dove lui si trovava in questo momento.

Il pannello che aveva attivato poco prima era costruito in modo tale da confondersi con la tappezzeria e da nascondere il varco di accesso.

Sospettava il motivo per cui loro fossero qui. Di norma, avrebbero dovuto presentarsi con un mandato di custodia cautelare. Non avrebbero scoperto nulla e lo avrebbero rilasciato, com’era sempre accaduto negli Stati Uniti.

Invece era in atto un’incursione a tutti gli effetti, che si sarebbe forse risolta con l’arresto per reclusione.

Tramite il telecomando selezionò il canale video del circuito esterno. Lo schermo di destra mostrò il perimetro dell’edificio: era assediato da alcune Alfa 159 della volante e da un Land Rover Discovery blindato.

Lui conosceva la via di fuga; doveva raggiungere l’interrato, imboccando la rampa di scale che conduce al piano superiore. Poi avrebbe utilizzato l’ascensore d’emergenza della veranda per scendere fino al basamento. Quindi non restava che tuffarsi in auto e attraversare il tunnel sotterraneo che lo avrebbe condotto oltre il laghetto dello Sporting Milano 3, sulla strada provinciale 122.

Un fracasso improvviso lo fece trasalire. Selezionò di nuovo il circuito di sorveglianza interno e si rese conto che era in atto una violazione dell’articolo 609 del codice penale: quattro uomini del corpo speciale avevano raggiunto il primo piano, varcando la soglia della camera da letto. Avevano preso a perquisirla brutalmente, demolendo ogni cosa. Le antine dei guardaroba erano state divelte e il contenuto riversato a terra. Gli armadi erano stati ribaltati.

I cuscini e il materasso erano lacerati. Cosa diavolo stavano cercando?

Fu questione di qualche minuto prima che i NOCS raggiungessero il salone. Le fotografie poggiate sul pianoforte furono scaraventate a terra, non appena il coperchio superiore di chiusura dello strumento fu sradicato. La cornice della bambina fu calpestata, mentre gli incursori si affrettavano attorno al pianoforte.

Osservando uno dei monitor, l’uomo si rese conto che un poliziotto sostava di fronte al suo covo. Dal modo in cui questi scrutava la parete, lui comprese che era giunta la resa dei conti.

Si volse verso il muro opposto a quello dov’erano affissi gli LCD. Una rastrelliera su cui era poggiata una muta subacquea occupava l’estremità del nascondiglio.

Scagliò l’indumento a terra. La fuciliera era fitta di armi bianche. Afferrò una balestra e la caricò con un dardo Black Eagle ACC 340. La issò all’altezza del proprio volto, inserì il capo nel cappio della tracolla e l’adagiò sulla propria schiena.

Poi tastò la sommità della rastrelliera. Un congegno scattò e un’estremità del mobile si mosse verso di lui. Afferrò il margine della fuciliera e, trascinandola, rivelò un varco nella parete. L’oltrepassò e si ritrovò nel corridoio illuminato che conduceva verso una rampa di scale.

Un membro del Nucleo Operativo gli dava le spalle, voltato verso la scalinata. Poggiava la mano destra sul calcio di una semiautomatica, inserita nella fondina legata alla coscia. Il braccio sinistro reggeva un PC portatile: si trattava di uno dei computer di casa, quello che conteneva la maggior mole di file compromettenti. Probabilmente era un agente assegnato alla perquisizione, in quanto non era equipaggiato con la Heckler & Koch MP5.

Non era la prima volta che lui partecipasse a guardie e ladri. Aveva fiducia nelle sue abilità di predatore. La testimonianza di ciò era che lui stava ancora al mondo. Il segreto era di lasciar credere agli altri di essere loro i veri predatori.

L’invasore portava la semiautomatica sul quadricipite destro, il che significava si trattasse di un tiratore destrorso. Lui calcolò che il NOCS si sarebbe voltato ruotando il busto a destra, in senso orario. Doveva quindi muoversi verso il fianco sinistro del rivale, per avere qualche secondo in più d’azione.

Lui afferrò con entrambe le mani una riproduzione di marmo della Statua della Libertà esposta in una nicchia a lato del corridoio.

La scultura generò un rumore sordo, strisciando sul capitello che faceva da basamento. Il poliziotto si rese conto e volteggiò subito verso destra, come previsto. Durante il movimento estrasse l’arma: una Beretta PX4 Storm a doppia azione; ciò significava che il colpo sarebbe esploso con la sola pressione del grilletto, senza necessità di armare il cane.

Lui balzò in avanti e fracassò l’emblema newyorkese sull’avambraccio teso dell’agente. La statua da dieci chili si spezzò, abbattendosi sull’arto avversario. La semiautomatica tuonò, il proiettile schizzò nel corridoio e la Beretta cadde sul tappeto di seta. Il membro del Nucleo Operativo lasciò cascare il PC e si strinse l’avambraccio con la mano sinistra, gridando per il dolore.

Lui si gettò in avanti, raccolse il computer e oltrepassò l’uomo sofferente. Volò su per la rampa di scale. Alle sue spalle, il baccano inequivocabile del corpo speciale decretò l’inizio dei giochi.

La squadra gli intimò la resa, strillando: «Vito Cortese!» e minacciandolo di morte.

Lui, Vito, sapeva che la rinuncia alla propria libertà sarebbe stata la vera morte. Ritenne che sotto l’effetto di cocaina i proiettili non avrebbero fatto così male; si trattava solo di non farsi spappolare gli organi vitali.

Una pioggia di fuoco si riversò appena Vito Cortese svoltò oltre l’ultimo tratto di scalinata. Gli stucchi decorativi sopra al corrimano si sgretolarono, polverizzati dalla raffica di piombo. Giunse indenne alla sommità della scalinata e attraversò correndo il corridoio.

Si scaraventò oltre un arco in gres. Ora si trovava nell’ala sinistra dell’edificio, nella veranda di vetro che accoglieva un enorme letto circolare, nel centro della stanza. Si chinò verso il pavimento e gettò il PC sul parquet, facendolo scivolare come un disco da hockey. Il computer slittò fino a infilarsi oltre un varco nella parete opposta.

Poi afferrò una bomboletta di deodorante Calvin Klein e un accendino d’oro, posati sul tavolino presso l’entrata della veranda. Tese le braccia verso l’arco che aveva oltrepassato, avvicinando l’accendisigari ardente al contenitore cilindrico.

Appena il primo membro della squadra d’assalto raggiunse la volta di gres, Vito pigiò la valvola di plastica del cilindro. L’aerosol alcolico produsse un cono di fuoco che colse di sorpresa l’agente. La vampa investì il volto del poliziotto, incendiando il suo passamontagna. Il compagno d’armi alle sue spalle abandonò la presa dalla mitraglia per soccorrere il collega.

Vito Cortese sfruttò il momento di distrazione dei NOCS per gettarsi sul parquet e per scivolare sotto il letto. Un nugolo di fibre di cashmere si levò dal materasso, mentre le MP5 scagliavano pallottole crivellandolo.

L’uomo strisciò sul pavimento, sbucando dalla parte opposta del letto. Si trascinò verso l’apertura dove aveva gettato il PC. Oltrepassò il varco e rotolò supino, impacciato dalla balestra. Levò la gamba sinistra e con il tallone pigiò il fungo di plastica che si trovava a fianco dello stipite dell’apertura.

Un istante prima che un pannello di legno calasse, un proiettile 9 millimetri Parabellum gli squarciò il polpaccio. Il resto della raffica si riversò sulla parete alle sue spalle, insieme ai suoi schizzi di sangue. Strillò come un maiale nella porcilaia… altro che cocaina! Trattenne l’arto poggiato allo stipite: parte della massa muscolare del polpaccio penzolava dalla pelle straziata, come fosse la testa ciondolante di un coniglio sgozzato.

Ora Vito Cortese aveva una sola via di fuga; sollevò il busto, puntellò le mani e il piede destro sul pavimento e, facendo pressione con gli arti, indietreggiò verso l’ascensore che si era fatto installare per le emergenze.

Nel tragitto, afferrò da terra il suo computer e lo posò in grembo. Appena raggiunse l’interno dell’elevatore, utilizzò il PC come prolunga del proprio braccio per pigiare l’interruttore per la discesa. Le porte scorrevoli di metallo si chiusero non appena gli incursori sfondarono la tavola di legno che sbarrava il locale. Quando le porte dell’ascensore si riaprirono, Vito calcò di nuovo a terra con le mani e con il piede destro, indietreggiando per allontanarsi dall’elevatore: aveva raggiunto il piano interrato. Da qui, un tunnel lo avrebbe condotto all’esterno, sulla provinciale 122. Il vano sotterraneo in cui si trovava ora era adibito ad autorimessa per la sua Porsche 918. Era anche un’officina di fortuna per gli interventi di manutenzione meccanica fai da te. A fianco dell’ascensore si trovavano alcune scaffalature di metallo, su cui erano conservati attrezzi da lavoro e parti di ricambio d’auto. Oltre i ripiani, era montata una porta blindata con serratura elettronica con apertura a distanza. L’assenza di toppa per la chiave rendeva impossibile il passaggio fra autorimessa e piano terra della villa, a meno di non essere dotati dell’apposito telecomando a infrarossi.

Il Nucleo Operativo di Sicurezza, però, era ben organizzato. In un istante, un boato spaventoso scosse l’interrato. Gli attrezzi sulle mensole furono scaraventati a terra e le mensole stesse divelte dalla loro struttura. Il carrello di saldatura ossiacetilenica sfrecciò in direzione di Vito, il quale ruotò il busto d’impulso per evitare d’essere investito. I muri vacillarono, il telaio di metallo della porta blindata balzò via dalla parete e la soglia stessa si gonfiò nel centro. Si sollevò una nube grigia di fumo e di cemento frantumato. I vetri laterali della Porsche 918 e le luci al neon del garage andarono in frantumi a causa dell’onda d’urto, abbandonando il locale all’oscurità.

Lo stridore di una mototroncatrice spezzò i pochi attimi di silenzio che erano seguiti all’esplosione; una lama di luce filtrò tra il muro e la porta, nel punto dove poco prima era fissato lo stipite: il corpo speciale stava aggredendo il portone di sicurezza. Tolto di mezzo il telaio del varco, si potevano troncare i chiavistelli, che ora s’intravedevano nella spaccatura fra il cemento e l’uscio.

Vito sorrise. Si voltò e afferrò le impugnature del carrello di saldatura, trascinandolo di fronte a sé. Poi portò un braccio dietro la nuca e agguantò la balestra adagiata sulla schiena.

Sfilò il capo dalla tracolla e posò l’estremità dell’arma fra le ogive delle bombole di saldatura, con la freccia incoccata e puntata verso la soglia. Infine, rimosse i riduttori di pressione dei due recipienti di gas e allentò le valvole.

Non si aspettava di dover presentare il conto al destino, comunque non prima di aver consumato una lunga vecchiaia. Ma il suo passato lo aveva stanato e ora i suoi stessi crimini stavano bussando su quella porta blindata. Quando il disco diamantato della troncatrice segò l’ultimo chiavistello, il portone rovinò al suolo.

Il dardo della balestra di Vito sfrecciò e si piantò nel centro della gola del primo agente, mentre questi reggeva ancora la troncatrice. Le quattro lame d’acciaio della punta Black Eagle scattarono, dilaniando la laringe del poliziotto.

Un altro piedipiatti aprì il fuoco; la raffica travolse il carrello di saldatura, perforando la bombola d’ossigeno e innescando i vapori di acetilene che stillavano dal secondo cilindro. Il gas s’infiammò all’istante e, a causa della pressione, generò un cono di fuoco che valicò il garage, travolgendo gli invasori.

La bombola d’ossigeno trivellata vomitò tutti i 200 bar, spezzando la catenella di sicurezza del carrello e prendendo il volo, come una camera d’aria impazzita. Il recipiente di metallo schizzò fino a raggiungere il parabrezza della Porsche 918, riducendolo in frantumi.

In pochi secondi, l’interrato fu saturo d’ossigeno. La fiamma d’acetilene innescò l’atmosfera e, in un lampo, la stanza deflagrò… il sotterraneo fu ridotto in cenere.

I segreti custoditi nel computer e nella mente di Vito Cortese furono divorati dal fuoco.

* * *

FINE CAPITOLO II

Capitolo III