Lia – III


© 2017, Skorpio

Questura di Milano
Venerdì 27 agosto, ore 7.00 PM

La squadra mortuaria si era preoccupata di recuperare subito le salme carbonizzate dei NOCS, piuttosto che di assemblare le carni disperse di Vito Cortese. L’accaduto era stato una sconfitta per l’intero corpo di polizia: in pochi istanti, tre agenti erano bruciati vivi.

Quella notte, Sara Abis era rimasta sveglia per pianificare l’interrogatorio di Cortese ma la squadra d’incursione aveva rovinato tutto, aprendo il fuoco. Tuttavia, il primo pensiero di Sara non era il fatto che la villa fosse andata a fuoco o che tre uomini fossero morti. Ciò che l’ufficiale non concepiva era che un presunto malvivente, immigrato in Italia per tenersi lontano dai guai, avesse reagito in quel modo… perché? Purtroppo l’assassino aveva tirato le cuoia e i morti non danno spiegazioni. Tutto ciò che si poteva dire era che il killer dell’idroscalo era stato freddato.

L’ufficiale Abis sfogliò celermente il nuovo dossier. Prima che il piano interrato della villa saltasse in aria, due membri del Nucleo Operativo di Sicurezza avevano rinvenuto alcune prove che chiudevano la questione: il tessuto della muta da sommozzatore e dei relativi guanti recuperati dalla casa corrispondeva con quello trovato sulla cocca dei dardi dell’idroscalo; inoltre questi indumenti presentavano residui di bromo. Il modello dei dardi ritrovati nella villa combaciava con quello impiegato per commettere gli omicidi del lago. Infine, le corde delle balestre reperite nella dimora di Vito Cortese erano in fibra BCY. Coincideva tutto, soprattutto il DNA. Era fuori dubbio che Vito Cortese fosse il colpevole, ma qual era stato il movente?

Quando la porta dell’ufficio si spalancò, Sara gettò d’istinto il fascicolo del caso sulla propria scrivania e sollevò lo sguardo per incrociare quello di Amy Neumann.

«Credevo fosse Macchi» disse sorpresa l’ufficiale Abis.

«Grazie per il complimento» rispose Amy.

«Hai festeggiato per il trofeo di caccia?»

Amy scosse il capo perplessa: «Non sono una fan della mafia americana.»

«Sono morti tre colleghi.»

«Cortese doveva essere giustiziato tempo fa.»

«Sicura?» domandò Sara.

«Ho spulciato tutta la banca dati dell’Interforze. Hai idea di quanti siano i casi in cui il nome di Vito Cortese compare?»

«Hai detto che doveva essere giustiziato» affermò Sara.

«Io dico che il nostro uomo è sfuggito alle forze dell’ordine per troppo tempo.»

«Non è mai stato condannato.»

«Mio dio capo, ma hai letto il dossier della villa? Lascia che t’illumini…» disse Amy spazientita, mentre afferrava dalla scrivania il plico del rapporto: «Fra gli oggetti raccolti presso il piano superiore dell’abitazione del signor Cortese Vito, figurano: numero 50 dardi Black Eagle ACC 340 in carbonio. Si convalida l’identicità del modello con l’arma del delitto. Numero 3 mute da sommozzatore, una delle quali presenta tracce di acqua e bromo in percentuale pari a quella diluita nel lago.

I test confermano che le fibre degli indumenti da sommozzatore coincidono con quelle rinvenute sia sulle armi del delitto sia con la fibra ritrovata nella custodia in PVC.»

«Grazie per la lettura» arguì Sara.

«Capo, mi prendi per il culo?»

«Amy, frena… sono soddisfatta che il presunto criminale sia stato fermato.»

«Presunto!» sbottò il sottufficiale Neumann, gettando il fascicolo sulla scrivania e voltandosi per abbandonare la stanza.

«…Buona serata, Amy.»

Sara sbuffò, spense il monitor del suo computer, recuperò un mazzo di chiavi dal cassetto della scrivania e si levò dalla sedia girevole, volgendosi verso la porta dell’ufficio.

Il telefono fisso prese a squillare. L’ispettore Abis fece dietro front, raggiunse di nuovo la propria scrivania e sollevò la cornetta… non fu chiaro se la voce femminile che chiedeva aiuto dovesse essere fonte di preoccupazione oppure se si trattasse di uno scherzo: l’ignota pregò l’ufficiale di non rivelare a nessuno il luogo presso cui aveva chiesto un colloquio immediato.

* * *

Trascorrere la sera davanti a un Gin Tonic servito al Jamaica di via Brera, è come sorseggiare champagne al La Rotonde del quartiere parigino di Montparnase. Il Jamaica, eterna agorà degli esteti che frequentano la borgata di Brera, è un locale generazionale; un convivio di artisti in erba e di settantenni pseudo-bohémien che dispensano consigli d’arte, solo per convincersi che portare i propri nipotini al parco è roba da cariatidi.

Qui si trovano volti più o meno noti delle emittenti private; giornalisti di prima pagina e intellettualoidi di articoli di fondo. Il Jamaica è un condensato di noiose conversazioni politiche e di futile creatività; è una fotografia sbiadita di quell’epicentro culturale che fu cinquant’anni orsono.

Ma il Gin Tonic del Jamaica è un nettare degli dèi; è una mescola di distillato britannico e d’acqua brillante italiana che da venti minuti frizzava nel bicchiere highball poggiato su quel tavolino.

Sara Abis ritenne che incontrare qui uno sconosciuto (in un luogo in cui entro un’ora tutto ciò che accade a Milano è sulla bocca di chiunque), non fosse stata una scelta saggia. Ma lei era un poliziotto e ascoltare un disperato rientrava nei suoi doveri morali.

Venti minuti d’attesa però erano eccessivi. Ingurgitò l’ultimo dito di Gin Tonic e racattò la sua borsa appesa allo schienale della seggiola.

In procinto di levarsi, si accorse della presenza di una ragazza singolare, seduta presso un tavolino a destra. La donna indossava uno smanicato nero; di contrasto, la carnagione del suo volto era pallida. Portava capelli scuri, tagliati a caschetto. Mescolava fiacca una tazzina di caffè, osservando l’ufficiale Abis. Aveva gli occhi cerchiati da occhiaie, rigate da mascara colato. Il suo viso allungato era sciupato e stanco. La ragazza sollevò il cucchiaino dalla tazzina e lo puntò verso l’agente Abis, annuendo.

Sara trascinò la propria seggiola a destra, avvicinandosi alla sconosciuta: «Devi dirmi qualcosa?»

Silenzio…

«Non vorrei essere scortese ma ho fretta» riprese Sara.

«Ultimamente i miei pensieri sono tagliole» replicò l’estranea, con un fil di voce.

«Scusa?»

«Ispettore Abis…»

«Perché conosci il numero telefonico dell’ufficio interno? Come hai saputo il mio nome? »

«Perché sono Beatrice.»

«Sarebbe?»

«Sono Beatrice Cortese.»

Il suono di quel cognome fu un fulmine a ciel sereno. L’ufficiale scosse il capo, incredula. Ciò spiegava qulle occhiaie e quel mascara colato. Non importa quanto Vito Cortese fosse stato efferato; a giudicare dal volto sfinito di Beatrice, ora Vito era solo suo padre.

«Dalla questura abbiamo cercato di contattarti. Mi spiace per tuo padre» disse l’agente.

«Non credo, non dispiace a nessuno… potrei vedere il dossier del caso?»

«Prego?» reclamò Sara.

«Vorrei visionare il fascicolo del caso» ribadì Beatrice. «Dovete tenere il caso aperto.»

L’ispettore si levò in piedi.

La ragazza afferrò il polso dell’ufficiale Abis: «La prego!»

«Mollami!» intimò l’agente.

«Il caso deve rimanere aperto!»

«Apri le orecchie, ragazzina. Devi avere un motivo valido per mettere in piedi questo teatrino.»

«Ho la sua attenzione?» domandò Beatrice.

«Tuo padre è morto. Cosa diavolo cerchi?»

«Giustizia.»

* * *