Un rettangolo con l’occhio


© 2016, Skorpio

Marte, 2.570 d.C.

Oggi al polo c’è il sole di mezzanotte[1]. Cento gradi sotto zero ti ghiacciano le preghiere. Io farnetico e sbraito, per lusingare le confraternite radunate.

Dove le colline raggelate sprofondano nell’altopiano, l’oracolo replica con: «Non rompete le palle all’oracolo.»

Lapidario. Io, che dovrei essere il trait d’union, mi volto angosciato e riferisco tutto ai citrulli evangelizzati. I rettili giganti danno fuori di matto, tranne i due cobra alati che perseverano nella copula. Mi vogliono mettere in forca; rischio il linciaggio. Fuggo oltre l’anfiteatro, raggiungo l’abitazione del custode e busso sulla lastra d’acciaio.

Mio zio mette fuori i suoi baffoni luminosi: «Fifa? I sacerdoti ti hanno tagliato fuori e io sono stanco di pagarti le marchette.»

«Ho mezza popolazione di Marte dietro. Quelli mi fanno fuori, apri!» strillo.

Poi sferro qualche calcio, ma lo zio non desiste. Anzi s’immobilizza, bloccandosi la cheratina con qualche dispositivo elettronico dei suoi. Sento il fragore della ciurmaglia che avanza e scatto via. Saetto fra i vicoli in carbonio, per dirottare gli invasati. Mi fiondo verso il santuario di Ammit[2]: il Libro dei Morti[3] ha il suo perché. Forse li ho seminati…

Entro nel tempio. Il pavimento gorgoglia di biomassa vegetale. La navata centrale è l’unica navata. Una volta qui c’era più denaro; gli dèi antichi fanno schifo.

Tre celesti mummificati e senza testa predicano rivolti verso un rettangolo luminoso che beccheggia a mezz’aria.

«Mi hanno fregato!» grido. «Lo zio è una sanguisuga. Trattate con me!»

Giunge l’Infernale: è verde pisello, con tutti i parassiti che gli scintillano dagli orifizi.

«Non sei degno!» sentenzia.

Lo mando a fare in culo. Lui leva un tentacolo e mi scaglia una sfera diamantata. Mi schianto contro una colonna e mi fracasso.

«Ora sei mio» mugugna.

Indolenzito, sollevo lo sguardo verso i tre celesti in preghiera; forse sono in trance. Mi rodo d’invidia: sempre beati e senza sommosse fra la casta clericale. Si ciucciano i soldi delle offerte dei fedeli, non hanno zii con i baffi iridescenti e si lasciano morire, asfissiando nell’atmosfera di anidride carbonica. Tanto non hanno testa.

Siccome il vice diacono è morto da mesi, mi rifilano il suo vano scassato. Non c’è oro da rubare. Non posso trapiantarmi una nuova faccia perché non ho soldi: me li sono fumati sull’anticipo dei redditi. Mi faccio amici i mummificati senza testa e rubo anch’io gli spicci ai devoti. Me li bevo tutti. Qui l’alcol puro non lo trovi, perché lo tagliano con il freon[4]. Sono il perenne ubriaco.

 

[1] Fenomeno astronomico che si verifica presso i poli e indica la posizione che il sole mantiene sopra l’orizzonte per molti giorni, senza tramontare.

[2] Ammit è una creatura mostruosa che appartiene al pantheon delle divinità egizie. È un mostro con la testa di coccodrillo e il corpo di leone. Divora i cuori malvagi dei defunti che il dio Osiride gli da in pasto.

[3] Antico testo funerario egizio.

[4] Gas alogeno derivato dal metano. Viene utilizzato come fluido refrigerante.

* * *

Una notte tentai di tirare giù il rettangolo di Ammit. Gli scagliai un aspersorio, mentre i celesti erano in trip. Smise di vorticare e spalancò l’abominevole occhio. Cacciò uno strillo inumano ed esalò un fetido fumo. Dopo le effusioni di tenebra, prese a vomitare brandelli di carne, tirati su da chissà dove.

«Alla faccia del politeismo… fai schifo!» imprecai.

L’indigenza umana dà il voltastomaco e trae forza dagli amici del cielo immaginari. Etnie affrante che chinano il capo nei giorni solenni, mentre l’incenso puzza di chimera. Il culto religioso è la più stolta istituzione concepita, dopo il matrimonio.

Mi fiondai nei sotterranei. Il tanfo delle anime nere, soggiogate alle colonne del santuario, era insopportabile. Andai più giù, dove sono confinati gli aborti: sono i frutti dei luttuosi sforzi sacerdotali di rimescolare il DNA con ciò che è inimmaginabile. Svoltai verso il grande battente, presso la scultura serpentiforme di Apopi[5]. Giunsi dallo sciamano, detto l’insinuatore: un gasteropode con la testa al posto della conchiglia.

Menai come un dannato sulla porta della sua cella: «Il rogus, dammi l’incanto del rogus, maledetto sgorbio!»

La lumaca cianciò nelle tenebre ma fu un nulla di fatto.

«Voglio una sacrosanta egemonia da spara fiamme[6]» ripresi. «Ti sborso una tale quantità di sale sui pori, che un dio ti scampi!»

La creatura pareva irremovibile ma dopo qualche istante, giunse il patatrac sensoriale: spire di luce violacea mi fasciarono e la mia mente esplose. La mia coscienza ruzzolò via come la testa di un autocrate spodestato. Portai la mano sul capo e scovai il bullone della discordia. Allora strisciai su, fino alla sala ipostila.

La notte mi consumò. Sognai i celesti che desideravano impalarmi con le colonne di Osiride[7], mentre i fedeli accorrevano in estasi.

[5] Apopi era l’oscuro nemico del dio-sole Ra.

[6] Intende l’abilità di creare magicamente palle di fuoco.

[7] Osiride è una delle principali divinità egizie. È considerato il creatore dell’agricoltura. Il suo ruolo più noto è quello di giudice del tribunale d’oltretomba.

* * *